Certe famiglie sembrano portare con sé una storia che si ripete. Un nonno che ha perso tutto a quarant’anni, un padre che si è ritrovato nella stessa situazione alla stessa età, un figlio che, senza saperlo, sta percorrendo lo stesso sentiero. È trasmissione. Murray Bowen, psichiatra e ricercatore americano, è stato uno dei primi a darle un nome, una struttura e una spiegazione scientifica.
La teoria di Murray Bowen sulla famiglia risale le generazioni, cerca le origini di certi modi di stare nelle relazioni, e ci mostra come quello che viviamo oggi abbia spesso radici molto più lontane di quanto immaginiamo.
Chi era Murray Bowen
Murray Bowennasce nel 1913 nel Tennessee ed è considerato uno dei fondatori della terapia familiare sistemica. Inizia il suo percorso di ricerca negli anni ’50, lavorando con famiglie di persone con gravi difficoltà al National Institute of Mental Health.Osservando a lungo e con attenzione, arriva a una conclusione che cambia il modo di leggere la sofferenza individuale:ciò che viviamo non nasce solo da noi. È il prodotto di un sistema emotivo familiare che ha radici profonde nel tempo, a volte molto più indietro di quanto immaginiamo.
La teoria di Murray Bowen non guarda solo alla famiglia di oggi, ma si estende lungo l’asse delle generazioni: nonni, bisnonni, antenati. Perché è lì, dice Bowen, che spesso si trovano le origini di certi modi di stare nelle relazioni che viviamo come se fossero semplicemente “il nostro carattere”.
La famiglia come sistema emotivo: il punto di partenza di Bowen
Il primo grande contributo di Bowen è l’idea che la famiglia non sia una semplice somma di individui, ma unsistema emotivo, un organismo in cui i membri sono profondamente interconnessi a livello affettivo, molto più di quanto la coscienza individuale riconosca.
Questa interconnessione è biologicamente fondata, evolutivamente necessaria. Il punto di attenzione emerge quando questa connessionediventa così intensa e automatica da rendere difficile per ciascun membro sviluppare un senso di sédistinto e stabile. Quando il benessere o il malessere di un membro si propaga nell’intero sistema come un’onda e i singoli lo vivono come il proprio stato interno, senza riconoscerlo come un processo relazionale siamo di fronte a ciò che Bowen chiamafusione emotiva.
La differenziazione del Sé: trovare sé stessi restando in relazione
Il concetto più originale e centrale dell’intera teoria boweniana è ladifferenziazione del Sé: la capacità di mantenere un senso di sé distinto, stabile e autonomo anche quando si è immersi in relazioni emotivamente intense.
Una persona ben differenziata può essere pienamente presente e connessa con gli altri, non viene travolta dalle loro emozioni, dalle loro aspettative, dalle loro tensioni interiori. Riesce a sentire senza essere sopraffatta da ciò che sente, e a pensare con chiarezza anche nei momenti di alta intensità emotiva.
La differenziazione opera su due livelli:
Dentro di sé: la capacità di distinguere il pensiero riflessivo (valutare, scegliere, orientarsi) dalla reattività automatica (rispondere d’istinto all’emotività altrui). Quando i due livelli si fondono, il pensiero diventa uno strumento al servizio delle emozioni, razionalizza, giustifica, ma non orienta davvero.
Nelle relazioni: la capacità di restare in contatto reale con le persone significative senza perdere la propria posizione, i propri valori, la propria direzione. Chi ha un basso livello di differenziazione oscilla spesso tra due poli opposti: dissolversi nell’altro (fusione) o allontanarsi per proteggersi (taglio emotivo).
C’è un terzo esito che Bowen descrive con precisione: iltaglio emotivo. Quando la tensione emotiva in una relazione significativa diventa insostenibile e la differenziazione non è sufficientemente sviluppata, alcune persone optano per recidere il legame, fisicamente, emotivamente, o entrambe le cose. È una soluzione che assomiglia all’autonomia ma non lo è: chi taglia un legame in modo drastico lo fa perché quel legame ha ancora un forte carico interiore non elaborato. Il taglio congela la dinamica, non la risolve. E spesso la trasmette.
La triangolazione: quando il terzo porta il peso degli altri due
Bowen osserva che la relazione a due è il sistema più instabile che esiste. Ogni volta che la tensione tra due persone supera una certa soglia, il sistema tende automaticamente a coinvolgere una terza persona che assorbe parte di quella tensione, stabilizzando momentaneamente la coppia.
Questo meccanismo si chiamatriangolazione, ed è uno dei più diffusi e meno riconoscibili nella vita familiare. Diventa particolarmente significativo quando coinvolge i figli: un bambino che si trova coinvolto inconsapevolmente nella gestione della tensione tra i genitori, che diventa il depositario delle preoccupazioni di un adulto, o che si trova a fare da mediatore in situazioni che non gli appartengono. Un meccanismo cheMinuchin aveva già descritto attraverso il concetto di portatore del segnale, e che Bowen inquadra ora in una prospettiva generazionale più ampia.
Questa posizione ha un peso importante per il suo sviluppo:il bambino impara a leggere leemozionidegli adulti prima ancora di riconoscere le propriee costruisce un senso di sé che ruota attorno alle necessità sentite del sistema piuttosto che attorno alla propria esperienza interiore.
La trasmissione multigenerazionale secondo Bowen: ciò che non è stato elaborato si tramanda
Uno dei contributi più profondi della teoria di Murray Bowen riguarda il modo in cui certi modi di stare nelle relazioni si trasmettono di generazione in generazione. Il meccanismo è sottile ma costante: genitori con un livello di differenziazione medio-basso possono trasmettere a certi figli, attraverso la proiezione dell’attivazione emotiva e la triangolazione, un livello di differenziazione ancora più basso del proprio.
Quel figlio, da adulto, sceglierà un partner con un livello di differenziazione simile al suo, non per caso, ma per una attrazione emotiva automatica verso chi gestisce la vicinanza e la distanza in modo congruente con ciò che conosce. E a sua volta, è possibile che tenderà a replicare certi schemi con i propri figli.
Nel corso di tre, quattro, cinque generazioni, questo processo può produrre discendenti sempre più esposti a certe difficoltà relazionali, emotive o corporee. Questo processo può essere interrotto: quando qualcuno nel sistema porta a livello di consapevolezza questo modo di stare nelle relazioni e inizia un percorso di trasformazione, l’iter può cambiare direzione. È proprio su questo terreno che la teoria di Bowen incontra la psicogenealogia: un campo che ha fatto della trasmissione invisibile tra generazioni il proprio oggetto di studio principale.
Il genogramma: rendere visibile la storia della famiglia
Per rendere visibile questa trasmissione nel tempo, la teoria boweniana utilizza uno strumento prezioso: ilgenogramma,una mappa visiva della storia familiare che si estende su almeno tre generazioni, successivamente con il contributo di altri studiosi, diventerà il Genosociogramma. È una rappresentazione delle relazioni, delle tensioni interiori, dei tagli emotivi, dei legami di vicinanza e distanza che hanno attraversato la famiglia nel tempo. Non è un semplice albero genealogico.
Costruire un genogramma o genosociogrammapermette spesso di vedere, per la prima volta con chiarezza, quali temi si ripetono, a quale età certi eventi ricorrono, quali ruoli si tramandano. È un atto di consapevolezza che apre uno spazio di riflessione sulla propria storia.
Bowen e la psicogenealogia: trasmissione generazionale e sindromi di anniversario
Questa teoria trova un interlocutore diretto nel lavoro diAnne Ancelin Schützenberger, fondatrice della psicogenealogia, che ha descritto le cosiddettesindromi da anniversario: il fenomeno per cui eventi significativi della storia familiare tendono a ripresentarsi a intervalli generazionali regolari, spesso alla stessa età degli antenati.
La teoria di Murray Bowen offre il quadro più rigoroso per comprendere come avviene questa trasmissione, attraverso catene di triangolazioni, livelli di differenziazione trasmessi, e modalità di gestione dell’attivazione emotiva che si replicano con fedeltà strutturale da una generazione all’altra.
Nel prossimo articolo metteremoa confronto Minuchin e Bowen: due sguardi diversi sulla famiglia, due mappe dello stesso territorio e capiremo perché leggerli insieme offre una comprensione che nessuno dei due da solo può raggiungere.
