Una vita vissuta a metà, sempre al margine
Matteo ha 44 anni e lavora come restauratore in un laboratorio artigiano tra Arezzo e il Casentino. È un uomo profondo, abituato a osservare le sfumature: nei mobili antichi che recupera, nei dettagli dei volti, nei silenzi delle persone. Eppure, proprio nel suo vissuto quotidiano, sente da sempre una sensazione difficile da nominare.
Quando ricevo inSessione Individualequesto giovane uomo, tra le tante informazioni mi dice: “Mi sento spesso fuori posto. Anche quando sono con persone che mi vogliono bene, ho come la sensazione di non appartenere fino in fondo. È come se stessi sempre in punta di piedi, come se bastasse poco per sparire.”
Matteo parla con calma, ma nel suo corpo si percepisce una tensione costante alla gola, come se trattenesse qualcosa. Sente costantemente stanchezza persistente, a cui tutte le indagini standard non hanno dato spiegazioni significative. Nei momenti di maggiore stress relazionale, la voce si spezza, si abbassa, si ritira.
“Mi succede spesso con i clienti, o con persone che non mi conoscono bene. È come se la mia voce non avesse spazio.”
Introduco durante la Sessione alcune domande più introspettive e arriviamo alla conclusione che questa sensazione non nasce da un evento preciso, è qualcosa che c’è sempre stato. Dalle informazioni noto che nella sua genealogia emerge una traccia silenziosa che lo accompagna.
Un’unione mai riconosciuta
Nel costruire ilgenosociogramma, Matteo racconta la storia della sua famiglia paterna. Il padre, Giuliano, non è mai stato molto espansivo, uomo chiuso, riservato, poco incline alla parola.
Matteo, mi dice che lo ha sempre percepito come distante, anche se presente, solo in età adulta ha scoperto che Giuliano era nato da una relazione extraconiugale. Suo nonno Alberto, sposato e padre di due figli, aveva avuto una relazione segreta con Luciana, sarta del paese, una relazione intensa, durata quasi dieci anni, ma sempre vissuta nell’ombra.
Quando Luciana rimase incinta, Alberto non si separò dalla moglie. Il figlio – Giuliano – fu registrato con il solo cognome materno e cresciuto senza un riconoscimento pubblico. Tutti in paese “sapevano”, ma nessuno parlava.
Giuliano veniva invitato solo in certi contesti e sempre con una certa prudenza. Possiamo die che non era né dentro né fuori.
Cresciuto con un padre assente e una madre ferita, Giuliano sviluppò un’identità cauta, compressa creando quell’emozione/informazione che è stata registrata nel campo Sistemico Familiare e che, senza volerlo, Matteo ha fatto sua.
Un’eredità che non ha voce
Quella che si manifesta in Matteo è unamemoria transgenerazionale non elaborata: quella delfiglio dell’unione, di colui che nasce da una relazione profonda ma mai pienamente legittimata.
Anche se non è lui il figlio non riconosciuto, Matteo sente inconsciamente il segno di quella identità frammentata. In lui si riversa il peso di una storia d’amore che ha dovuto rimanere nascosta e di una nascita avvenuta fuori dai codici sociali, in un tempo in cui il giudizio della comunità segnava profondamente la vita delle persone.
Nel corpo, nel caso di Matteo, tutto questo si traduce in tensione alla gola, difficoltà a esprimersi, senso di esclusione. Nelle relazioni, intimore di essere “di troppo”, paura di disturbare, difficoltà a chiedere. Infatti durante il colloquio emerge una frase:“Mi capita spesso di non dire quello che penso per non creare disagio. E poi però sto male, perché mi sento invisibile.”
Dare voce a ciò che è stato
Durante le sessioni successive, accompagno Matteo a riconoscere questa traccia.Non è lui ad aver vissuto l’esclusione, ma porta lamemoriadi chi non è stato visto e si muove nel mondo con la stessa cautela.
Propongo al cliente il proseguimento del percorso attraverso la Costellazione Familiare nella quale è stato osservato il proprio Sistema Familiare d’origine includendo, onorando e riconoscendo la posizione e i ruoli dei vari componenti. Lo accompagno ad incontrare il nonno paterno Alberto con il nucleo al completo e l’importanza della figura di Luciana come parte integrante del sistema familiare.
Osservando le generazioni come padri e figli, riconosce sé stesso comeerede di una forza vitaleche non merita di restare nascosta.
Da quel toccante ed emozionante incontro, a poco a poco, Matteo inizia a esprimersi in modo più tranquillo, diretto, spontaneo. Mi comunica che ha intrapreso una collaborazione lavorativa che aveva rimandato per anni, in cui dovrà anche parlare in pubblico. Comincia a registrare brevi video di restauro, in cui si racconta con naturalezza.
Il corpo risponde: la gola si rilassa, la voce si fa più stabile. La stanchezza si riduce. E soprattutto, la sensazione di non appartenere lascia spazio aun nuovo senso di identità.
Essere il frutto di un’unione, non solo di un silenzio
Il figlio dell’unione nasce da un legame che non ha potuto essere riconosciuto, ma che ha spesso una forza intensa, autentica, vitale.
Quando però il sistema familiare cancella o nasconde questa unione, la persona può crescere sentendosi divisa, mai completamente inclusa, sempre in equilibrio tra dentro e fuori.
Dare spazio a quella storia, riconoscerla e onorarla, può riportare dignità a chi è stato escluso e voce a chi si è sentito invisibile.
